La carovana – percorso poetico/performativo – partirà alle 15,30 dalla Villa Comunale e si snoderà per le vie del centro storico dell’Aquila.

“una processione ieratica e dissacratoria insieme, questa laica via crucis per l’imago pietatis aquilana intende mostrare la carne viva di un corpo martorizzato dal più grande disastro civile dell’Italia attuale, tragica allegoria di una devastazione generalizzata e insanabile. Una processione drammatizzata in cui la voce dei poeti s’intreccerà alla predicazione morale, alle parole dello sdegno universale, ai moti di ribellione che hanno agito e agitato la contemplazione impotente di popoli davanti all’abiezione della signoria trascinandoli verso una ferrea volontà di rivalsa”.

Interverranno i poeti:

–       Alessandra Carnaroli
–       Michele Fianco
–       Sara Davidovics
–       Alessandro Morino
–       Fabio Orecchini
–       Federico Scaramuccia
–       Ivan Schiavone

Parteciperanno inoltre:

–       Andrea Franzoni, con testi di Emilio Villa, Antonin Artaud, Savonarola
–       Fabrizio Pambianchi, con testi dal Bardo thodol
–       Silvia Scaringella, che distribuirà “Inversamente abile” libretto di suoi versi, autoprodotto

Organizzazione del suono: Fabrizio Pambianchi

Il percorso della carovana e le sue 12 “tappe”:
1) Villa Comunale
2) Piazza Duomo
3) 4 Cantoni
4) Piazza Palazzo
5) Via Cascina
6) Piazza Regina Margherita
7) Cinema Olimpia
8) 4 Cantoni
9) Scalinata di San Bernardino
10) Piazza del Teatro
11) Piazza Regina Margherita
12) 4 Cantoni

Testi

 

Federico Scaramuccia

da Come una lacrima (d’if 2011)

si dondola al vento ormai in panne

in trionfo sul tempo uno sciame
di fiamme che irrompono dentro
un vento di rame e di piombo

*

un tonfo le fiamme l’incenso

immondo rimane un silenzio
e in grembo giù in fondo una fame
le fiamme che dentro confondono

 

Sara Davidovics
da D’acque

la scossa può rotolare
toccare lo sterno            la radice
soffiare           i punti dallo smalto
il morso duro della spugna
la cucitrice        la parete d’amianto
la farina,
questa spina              introdotta nel corpo
lacera,
il centro del fracasso :

Alessandro Morino

_luce sospesa sull’occhio meccanico incrocio dell’ultimo piano gelida luce riflessa luce macchia nebbia luce sospesa che annega che annega che annega nella notte       eterna madre meraviglia di un buio amniotico che chiede in ginocchio il perdono                            _e dono l’ultimo messaggio di consumo alla mente

_luce offuscata feroce sgocciola ombre di feti imbavagliati tra la scatola cranica e l’encefalo                                         tra civiltà segrete di neuroni e scanditi stati d’animo pre-programmi via cavo

_scavo la poltiglia evolutiva della mente per cercare il coraggio – quel coraggio scritto nei testi sacri dello schermo maestro scritto nel cesso di qualche atomico autogrill                  _scavo il delirio per sotterrare quel plastico sorriso multimediale che appare riflesso in ogni ombra ovale di luce sospesa lungo il limite verticale di una bocca silenziosa

e la luce proietta sequenziali tratti d’ombra in equilibrio sull’obliquo diritto marcato piani sezioni in lineamenti scalfiti scolpito sulla pietra mefistofelica un riverbero di volto come scavato                      di luce

_è svuotato il volto     _intrinsecamente imperfetto         e scavato

scavato su ogni orlo attempato di secca fossa su ogni ruvido sorriso appena tracciato color pastello color di luce artificiale che si specchia nella carne indigesta che si proietta imbratto di naturale tratto scavato                                                                           e le linee sono raggi          indefiniti             cosmici             naufragi              e contaminato chiaro – scuro nello spazio   di un vuoto – nero contatto

_ci sono graffi d’artigli d’ombra miracolosa

ci sono….                      ombre piantate sull’esofago d’asfalto su budella cucite con fili dorati e un tappeto a quadri asimmetrici sopra sbiaditi prestigiatori di scacchi squilibrati                 in solitari balli rapiti         al suono saltellante di un fiato arabo che si sollazza con la vita invecchiata

e sua sorella furtivo riso aggraziato tiene nelle mani canute un guinzaglio per ogni corpo di pedina un guinzaglio per ogni manovra                          ogni mossa uno smacco un graffio un solco di nera – luce imperfetta                      che si contorce

sul volto

una linea

e un sogno                             in calore                           vorrei

dare                                         a quel pallido volto

sporco di luce                                         sporco di fame

sporco di nulla più da dire

sporco di tempo passato                         a cagare

e si proietta                    in avanti                      verso

melodiche secrezioni zuccherate  di acido vuoto                                            di acido ventre

che piange                                      di proiezione

ci sono avanzati solo escrementi di goduria criptata nelle molli copulazioni di invii mediatici      sesso di macchine piatte in piattaforme appiattite di controllo tascabile

nelle mani tienimi                           il ventre

tienimi                        stretto                         compresso

nelle tue mani                     difendimi              dalla luce

nella luce – ombra di quest’ultimo sguardo

dove ti vedo nella luce grigio – umida abbandonato corpo steso sul divano inglese sguardo piovuto sulla lampada accesa alla nicotina nella tesa mano pallido tremore il tuo costume

smesso

ingoi la tua droga stitica  in una nube cranica di pensieri

_tisici

e vedo il mondo castrato muto cospargersi di miele il volto

amaro – dolce colare sulla pelle

e vedo il mondo steso muto sull’inglese divano vuoto sguardo  perduto sulla lampada   _alta luce nero – buio di una notte in devozione di genio e una smorta preghiera seminata sotto la

croce – di – cristo – piantata – nella – mente

in questa nottata di orione                        una visione stellata del cosmo _membrana del fluido feto traghettato lungo il liquido amniotico sul vecchio carro funebre       e grandi ruote dorate percorrono le meridiane notti di un tempo senza scansione a inoculare questa eccitazione della mente subtropicale   _sub-corticale graffio d’artiglio liscio e commestibile

e vedo l’alba di ogni attempato giorno scarabocchiato sul giallo sudicio calendario della carne messa in mostra sul banco della purpurea macelleria dell’universo bucata per esigenza  o negligenza di una mano antidoto prescritto dal medico battuto a macchina sul macchinario – mondo spalmato sul tozzo di secco pane vicino la radio di marzapane

e vedo l’alba dispersa sulle sudice strade di chiaro – scuri deliri di silenzio accovacciato nell’angolo di un marciapiede contaminato         _luce al neon su negri dalla mano pesante nel sonno profondo di punk – a – bestia imbestialiti al cianuro dissenso di luride vesti d’epoca accampate su palazzesche facciate di cortili d’azione paranoica sorvegliati da vecchi cani dagli occhi strafatti di carne

quel branco oleoso di cani ridenti languidi occhi seducenti e sguardi bavosi che si trattengono

la

giù

in fondo

alla strada

controllato

tra una supplica e una risata il pensiero di quella stanca radio di marzapane smozzicato…

rhythm’n blues

racconterei di averti presa di peso trasportata fuori quella stanza quelle grida da questo sciapo parlare senza lingua da questo insulso sorridere senza bocca

né denti

e solo piccoli asterischi ormai andati a male tengono su scritte parole sussurrate e gridate nella fresca strada rionale nascosta da grigia neve artigianale

e sento il brutale magazziniere dondolare all’angolo di strada sento murare la mia mente lungo il confine della carne      _mozzata nuda in offerta ad ogni alba ad ogni passo

….e non riesco

a credere a un altro giorno squittito in una lurida tana mentale tra sinapsi di stato in sciopero o connessioni sessuali in labirinti di contaminazione

e la fronte che freme infuocata suda un leggero contatto di bufera illuminata per caso dal caso scettro di giullare scivolato nel fondo perduto di una fossa carnale

_i becchini mani pulite di amianto sono alla porta e attendono impazienti la rivolta degli spiccioli vermi senza più corpi da festeggiare il brindisi è passato come il tempo a nostra disposizione                       _nelle mie mani il tuo corpo s’è dissolto senza scampo senza tempo misurato a gocce smisurate

gocce

su gocce

su gocce

nel mare in dissolvenza di tempo scandito ad ogni battito d’onda ad ogni battito sul mio corpo affogato….

nella mente              dove credi              nella mente

e rimane solo il silenzio nell’ultimo circuito del luna  park organico    _ad ogni gioco elettrodinamico si ferma la figura di un composto chimico che si disperde nella stanza vuota stretta chiusa e bianca

nella figura che si sfigura nell’urlo di un abisso profondo di un mistero che esala udibile come pneuma scarnificante nella coscienza che si tatua su di un presente un atto che non esiste esistendo dove sono finito

ora                                    non esisto

ora                                                                   che ho visto i vapori magnetici risalire il verde cemento delle cadute ho incastonato i muti rituali nelle nicchie sacre della memoria nel caldo sapore del sonno

ora                                                                        che la lingua si sottrae alla razza della pietà alla visione vocazione alla santificazione a quel poco niente – di – nulla che ancora si riflette in ciò che resta

e ciò che resta è un’accozzaglia di filamenti lique-faziosi che dondolano tra immagini sporche di spirituale vagamente tratteggiate di materiale

e questo è ciò che esiste nel molle mare di catrame racchiuso in un artificiale anfiteatro carnale dove è giunto il messaggio di plastica ruvida con passo da storpio molliccio              è giunto anche l’ultimo superman di babilonia            ora tirarsi fuori di qui è la priorità richiesta della mia carne

mi alzo da terra scrollando via di dosso brandelli di certezza che mi erano cuciti sulla corteccia del cervello

e mi stupisco ancora del mondo   _di uno sguardo caduto per caso

a caso lo sguardo ruota in tondo lento intorno ruota lenta la bianca forma sferoidale        un giro ancora….                   intorno                                e ancora                ….ancora intorno un giro lento vibrare dell’iride incolore  in silenzioso abbandono

[castrazione di un atto castrato]                                   e silenzioso contrarsi della pupilla in sferzante abbandono di luce

di luce un fiume in piena di striscio evacua fuori dal buio angolo lacrimale         per invadere lo specchio vaginale di vecchie lezioni seguite in disparte

in disparte nel buio angolo di un sospeso salotto di ferro battuto….

ti trovo

e trovo la mia mano tremante distesa sulla tesa coscia

_dove respiro la tua vita

_ora                          nell’ora che respiro la tua vita                          nella vita

nella vita oleosa che scivola via lungo tutta una lacrima lungo tutta la carne bagnata – umida di vita oleosa già stata respirata

e respiro la tua vita nella mia vita che non è mia come non è mia quella lacrima che cola oleosa lungo tutta la materia di forma stropicciata per assonanza

e una dissonanza mi rifiuta il comodo vagare tra le righe sospese di un lenzuolo profumato di plastici fili intrecciati                  e sento le mie mani unite – strette sotto la lama di una impronta sconosciuta che mi rifiuta il contatto della carne

della mia carne sospesa in uno sguardo _pulito sorridere tra le pieghe di un comodo affogare che non m’è dolce come non è dolce il mio corpo fluttuante tra meccanismi pensanti in movimento statico

e ti trovo ancora nella vita vestita di raso consumato vestita di nobilissimo colore     indebolito    vestita di quelle attempate certezze che mi erano cucite sulla corteccia del cervello

sulla corteccia del cervello dove ho scritto di violenza col fango della mia mente:

nella mente              dove credi              nella mente

Fabio Orecchini
da Il Crollo

pose le mani come domani carne per cena
domani non sei sono domani non
sono sei di mani in mani passa la cena possa
curare le ferite la mani fiorite le case
di cera che c’era da fare domani
la sera non torna resta la cera resta
il danno passa la sera torna la casa in festa
dove la resa l’attesa di cosa la festa è finita
la casa crolla mani aperte
la luce ancora accesa

»

  1. Pingback: Lapoesiamanifesta che… « WSF

  2. Pingback: Lapoesiamanifesta che… | Nazione Indiana

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...