Le Ballate di Sanguineti e il “sogno di una cosa”

Le Ballate di Sanguineti appartengono a un arco di tempo che si colloca tra la fine degli anni Settanta e la fine degli Ottanta (tra il 1979 e il 1989, per la precisione), con l’unica eccezione della Ballata delle controverità, che risale al 1961, e delle giocose Ballata della malaventura e Ballatella delle sirenelle che entrano nel volume postumo, Varie ed eventuali, uscito nel novembre 2010 a pochi mesi dalla morte del poeta. Si potrebbe pensare a una scrittura occasionale, se si considera il carattere sporadico della loro stesura (escludendo le ultime due, si tratta di dieci testi apparsi in dieci anni, dopo la ballata d’esordio che resta distanziata nel tempo). E di fatto “poesie d’occasione” le ha definite più volte il poeta, illustrando in eventi pubblici le occasioni, appunto, della loro committenza (per la Ballata della guerra, ad esempio, si era trattato di una manifestazione e di una mostra di pace tenutasi ad Alessandria nel maggio 1982; per la Ballata del lavoro dell’inaugurazione, nel novembre dello stesso anno, di un monumento eretto nel porto di Genova in omaggio ai lavoratori portuali, da cui la dedica allo scultore del monumento, Gino Guerra; per la Ballata delle donne, siglata gennaio 1985, di una manifestazione dedicata alle donne che avevano partecipato alla guerra partigiana, per non citare che qualche caso).

Chi ha un po’ di frequentazione della poesia di Sanguineti sa bene, del resto, che lo scrivere su committenza era divenuto per lui, soprattutto all’altezza degli anni Ottanta, una precisa scelta compositiva, quasi un “modo di scandire il ritmo del lavoro intellettuale”, come annota Erminio Risso introducendo Cultura e realtà, l’ultima raccolta saggistica di Sanguineti uscita anch’essa postuma nel 2010; un modo per riconoscere – chiarisce ancora il curatore – come la committenza “in e per Sanguineti sia rappresentata dalla realtà stessa”, e risponda dunque a situazioni contingenti, che ogni volta collaborano a mettere in contatto lo spazio della scrittura con il luogo in cui il reale “si sedimenta in linguaggio, nell’accezione più vasta del termine”.

È così sicuramente anche per le Ballate, composte per circostanze e situazioni diverse ma ideate, a riconsiderarle ora nella loro compattezza, all’interno di un progetto coerente e unitario, che la collocazione in volume a sé aiuta a porre in luce. Se il medium è il messaggio, non c’è dubbio che il volumetto conferisca infatti ai testi un valore aggiunto: intendo dire che proprio la nuova fisionomia editoriale contribuisce a mettere in risalto non solo le caratteristiche che ne fanno un oggetto strutturalmente compatto, tematicamente coerente, ma anche il progetto che lo sostiene, sia a livello di ideazione che di destinazione.

Credo che di lì si debba partire, dalla scelta, cioè, di un genere di poesia di origine popolare, irriverente e direttamente comunicativo, incline allo sviluppo narrativo, che veicola temi resi orecchiabili dalla cadenza ritmica fondata sulle iterazioni, le ripetizioni di versi clausola, versi ritornello, e sul gioco delle rime, sulla malia del suono, coinvolgente e dissacrante, carezzevole e corrosivo, spietato e dolcissimo.

Ad apertura di volumetto, è il Sanguineti caustico e creativo, beffardo e giocoso, a rivelarsi nelle prime ballate direttamente ispirate al Villon delle controverità e dei controproverbi. Sono infatti da attribuirsi al poeta coltissimo del Medioevo francese, il primo “poeta maledetto” della storia, anarchico eversore dei valori del conformismo borghese, con i suoi travestimenti da giullare e da uomo in rivolta, o da estensore di lasciti testamentari, non solo una Ballade des contrevérités e una Ballade des proverbes, ma anche altre ballate che influiscono in vario modo sulla Ballata della guerra di Sanguineti, a partire dalla Ballade des dames du Temps jadis per passare alla Ballade des Seigneurs du Temps jadis o alla Ballade en vieil langage françois. A Villon – se mi è consentito aprire una rapida digressione – Sanguineti era arrivato per varie sollecitazioni già intorno alla metà degli anni Cinquanta, mediatore in primo luogo il Brecht epico che inserisce stralci delle ballate di Villon, tra cui il famosissimo Epitaphe en forme de ballade, nella sua Opera da tre soldi (Die Dreigroschenoper), rappresentata a Milano con la regia di Giorgio Strehler nel ’56, ma vista da Sanguineti a Torino in una replica successiva (mi è venuta direttamente da lui l’indicazione circa la sua lettura del testo brechtiano nell’edizione Rosa e Ballo datata Milano 1946, con traduzione di Emilio Castellani).

Non posso dilungarmi su questo, perché c’è piuttosto da chiedersi, ora, quanto resti di Villon in quelle prime ballate di Sanguineti, al di là dei titoli direttamente plagiati da lui. C’è di Villon la voglia di rovesciare il mondo, di mescolare linguaggio colto e gergo popolare, stile iperletterario e modi del parlato, con un uso giocoso di scambi e ribaltamenti semantici che si spingono sino all’invettiva. Non è certo un caso che la prima ballata che a lui si ispira, e che si intitola Ballata delle controverità,sia dedicata a Mario Persico1, artista di quel Movimento Nucleare che già nei primi anni Cinquanta esplorava nuovi mezzi tecnico-espressivi per dare voce e corpo a una “nuova figuratività”, per usare un termine caro a Sanguineti. Una figuratività segnata dalla deflagrazione atomica, in cui prendevano corpo le anomalie, le deformazioni fisiche e psichiche di un mondo prenatale, in una regressione fantastica e tragica, tra il grottesco e il minaccioso, verso il fetale e il micro organico (come capita tra i versi 9 e 12 della ballata: “nelle tue tonsille cresce un grande nano / nel tuo fegato innominabili monumenti / c’è un feto innamorato e un aeroplano / c’è un San Gennaro e una rosa dei venti”). Le quattro strofe restituiscono in ottave quella sorta di “reportage pittorico” di un mondo devastato che Persico illustrava con “cruda evidenza” e con “passione furiosamente magica e irrazionale”, orientata “verso gli incanti della superstizione popolare”. Appartengono alla mano di Sanguineti le espressioni che cito virgolettate, perché è lui, nel volume da cui le traggo (si tratta di Tristan Sauvage, Arte nucleare, edito dalla galleria Swarz di Milano nel 1962) che viene ringraziato in nota dall’editore per “aver rivisto il testo italiano” (in realtà il testo è stato scritto integralmente da lui). Si parla anche, in quelle righe, di tensione fantastica portata verso “un inesauribile repertorio di tatuaggi patologici”, che si ritrovano nei simboli fetali, nel surrealismo perturbato e onirico che caratterizza anche la ballata, sino dai versi di apertura: “nelle tue tibie dorme un pellicano / un biscotto neoplastico fischia tra i tuoi denti”. Sono tatuaggi che si spingono oltre l’astrattismo (“«l’astrattismo è ‘viecchio» è stato detto invano”, si legge al verso 19), per ribaltare la logica del conformismo e del moralismo ipocrita: il poeta si trova in perfetta sintonia con l’artista, il cui cognome (PERSICO) è effigiato in acrostico nella quarta strofa, e lo celebra come “piccolo Bosch”, dotato di forza eversiva nei suoi “grafismi intricatissimi” in cui si riflette un tempo che muta “l’incanto in orrore”, come quello che vive l’Europa uscita dal secondo conflitto mondiale. Solo parole che mimano una danza macabra alla Bosch, inquietante e realissima, lo possono rappresentare, quel tempo, tra accenti percussivi (“per ogni verso ci sono quattro accenti”) e contraintes formali condite con un irriverente “pizzico di magia”. Sarà di nuovo una danza macabra alla Bosch a fare da sfondo, quasi trent’anni più tardi, alla Ballata del vento (1989), con le sue sestine di facile orecchiabilità, il lessico sciolto in parlato, tra giochi allitterativi (“fatti di fiato, fatui fuochi veri,”), omofonie e paronomasie (“agita in mano razzi di ogni razza”), spinti verso una vorticosa sarabanda infernale (“e tutti andate, con rabbia, danzando, / in nero buco a sparirci ululando:”).

L’eco di Villon risuonerà ancora attiva in quel testo, dopo avere occupato di sé la Ballata dei proverbi, vero inno carnascialesco al rovesciamento del mondo, del corpo, della logica, delle dimensioni e della durata delle cose; ed è un’eco che rintocca lungo tutta la “magra ballata” tra “proverbi e controproverbi”, e “sotto- e paraproverbi”, e tra “detti” e “contraddetti”, in un catalogo delirante e corrosivo di ogni comportamento prefigurato, catalogato, proverbiale appunto (giacché i PROVERBI – emerge in acrostico – SONO L’OPPIO DEI POPOLI). Faceva da ipotesto, l’eco del poeta maledetto – come ho già accennato – anche alla Ballata della guerra, le cui tre strofe si aprono tutte sul motivo dell’ubi sunt che vanta una tradizione secolare, e da Villon si proietta fino all’Eliot della Waste Land o al Lee Masters dell’antologia di Spoon River (“dove stanno i vichinghi e gli aztechi” – “dove stanno le Triplici e Quadruplici” – “oh, dove siete, guerre di porci e di rose”): e via con l’inventario di un mondo stipato in enumerazione caotica, rottamato “dentro le molli mascelle del tempo”, in un gioco al massacro inarrestabile, tra guerre e paci che si scambiano ipocritamente i ruoli rimpallandosi le sorti dell’umanità. Il verso si spinge sino al risucchio lessicale della nientificazione (“dentro il niente del niente di ogni niente”), prima di ospitare, nella quartina di congedo, fedelissima quanto al metro a Villon, ma in piena controtendenza tematica e in pieno anacronismo rispetto al canone medievale, l’invito a trasformare assieme il mondo: (“guerra alla guerra è una guerra da andare, / lotta di classe è la guerra da fare”).

Siamo a un punto decisivo per le ballate: il Sanguineti uomo in rivolta si coniuga con il materialista storico che sa bene che i poeti ricevono “la qualità dai tempi” e sono radicati storicamente nel loro presente, che interpretano per modificarlo. Basta leggere la Ballata per gli anni Ottanta (1979) per cogliere non solo una spinta accentuata verso un bisogno di comunicare e condividere esperienze che da personali si fanno direttamente collettive, ma anche per tradurre in prassi il rinnovato impegno di trasformazione (“quando ti pensi le tue cose morte, / guardati intanto le tue cose vive”; “quando ti guardi a questo tuo mondo, / pensati intanto che l’hai da cambiare”). È il Sanguineti politicamente attivo (del ’79 è l’avvio della sua esperienza parlamentare) il poeta che si fa portavoce, con una energia e una carica vitale nitidissime, di una umana partecipazione all’umano, coniugando il respiro epico di Brecht (“dove l’uomo ha lavorato bene, lì è il bene, per l’uomo” – Ballata del bene culturale) con la denuncia dello sfruttamento, in vista di una società da trasformarsi (“sciogli il tuo braccio, che hai tanto sudato, / e lungo è il tempo che ti hanno sfruttato: / quando un automa ci avrà faticato, / può incominciarci anche l’uomo umanato” – Ballata dell’automa).

Mettere un significato nuovo al vivere collettivo, cancellare la preistoria: il “sogno di una cosa” risuona sempre più esplicito, di verso in verso, tra ballate che acquistano una pronuncia forte, nitida, che si dichiara in modi diretti, con fiducia nella capacità di partecipazione e contatto che la parola può attivare: così nella Ballata del lavoro, con il suo messaggio di liberazione (“per questa scala ci impari a lottare, / e fare fine a tutto il dominare, / e, te con gli altri, tutti liberare:”); così nella Ballata dell’incanto buono, con la citazione marxiana che si fa verso, annullando ogni separatezza tra ideologia e poesia, pensiero e prassi linguistica: “non è un incanto il sogno di una cosa: / capire il mondo, che tu ti modifichi: / paesi di cuccagna non sognare: / odio di classe, qui è l’incanto buono” (e il Marx dell’ultima lettera da Kreuznach a Arnold Ruge, settembre 1843: “Apparirà allora chiaro come da tempo il mondo possiede il sogno di una cosa della quale non ha che da possedere la coscienza per possederla realmente”).

Capire il mondo, il contenuto di verità che il reale contiene, penetrarne la struttura realizzando la ragione, trasformandola in prassi. Il risveglio dalla preistoria, la conquista dell’ “incanto buono”, è il messaggio che le Ballate trasmettono. Lascito attivo, vitale, di un poeta che, tra acrobatismi verbali e massima semplificazione, affida a questi testi ludici e appassionati, irriverenti e carichi di estrema tenerezza, come lo è la splendida Ballata delle donne, il progetto praticabile di una rigenerazione dell’umano.

Niva Lorenzini

Bologna, 15 febbraio 2013

1 La ballata delle contro verità vide una prima uscita in Edoardo Sanguineti, K. e altre cose, Milano, Scheiwiller, 1962, insieme con K., Il palombaro e la sua amante dedicata a Guido Biasi, La dolce vita, Eidos notturno dedicata a Enzo Paci, Una polemica in prosa. A seguire i testi Per un dibattito, Situazione della poesia, Poesia informale?.

Introduzione

Biografia di Sanguineti

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